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Economia

Fondi d’investimento: semestre da record in Europa, Italia in ritardo

I fondi europei segnano un +9,2% nei primi sei mesi. L'Italia si ferma al 5,2%: pesano commissioni elevate e meno azionario. Analisi del report Tosetti.

Il mercato del risparmio gestito ha archiviato i primi sei mesi dell’anno registrando performance complessive che non si vedevano da un quinquennio. Secondo quanto emerge dal dettagliato report firmato da Tosetti Value, i prodotti d’investimento europei armonizzati (ovvero i comparti Ucits) hanno messo a segno un rendimento medio del 9,2%, siglando il risultato migliore a partire dal 2019. Si tratta di un balzo eccezionale guidato principalmente dalla spinta propulsiva dei mercati azionari internazionali, che hanno continuato a macinare record sulla scia del boom tecnologico e dell’ottimismo legato alle prossime mosse delle banche centrali in materia di tassi d’interesse. Tuttavia, all’interno del quadro continentale emergono marcate disparità geografiche, con l’industria italiana che fatica a stare al passo con i ritmi europei.

Il boom dei fondi europei: le ragioni del rally

Il brillante risultato ottenuto dall’industria del risparmio europea nei primi sei mesi dell’anno non è arrivato per caso. Il periodo è stato caratterizzato da un poderoso rally delle Borse internazionali, sostenuto in particolar modo dall’esplosione dell’interesse attorno all’intelligenza artificiale e dalla sorprendente tenuta dell’economia statunitense. I comparti azionari hanno fatto da traino per l’intero settore del risparmio gestito, consentendo ai risparmiatori europei di beneficiare appieno del rialzo di Wall Street e dei principali listini del Vecchio Continente. Gli esperti di Tosetti Value mettono in luce come le strategie focalizzate sui titoli growth e sul settore tecnologico abbiano garantito i ritorni più elevati, permettendo ai portafogli caratterizzati da una forte componente azionaria di superare nettamente le stime della vigilia.

L’Italia frena: il divario del 5,2% e i fattori penalizzanti

Mentre la media dei fondi europei viaggia a ritmi sostenuti, l’Italia fa registrare una crescita decisamente più contenuta. I prodotti di diritto italiano o distribuiti nel Belpaese hanno infatti riportato un rendimento medio del 5,2% nello stesso arco temporale. Pur trattandosi di un valore positivo in termini assoluti, il divario di ben quattro punti percentuali rispetto al benchmark europeo riaccende i riflettori su alcune fragilità strutturali che da anni condizionano il settore finanziario nazionale.

Una minore propensione al rischio azionario

La prima motivazione alla base di questo ritardo va ricercata nella composizione e nella natura dell’asset allocation tipica della clientela italiana. Per ragioni storiche e culturali, i risparmiatori del Belpaese mantengono un’elevata avversione al rischio, traducendo questa cautela in una netta preferenza per gli strumenti obbligazionari e i titoli di Stato. Questa minore esposizione azionaria nei portafogli gestiti ha impedito ai fondi italiani di sfruttare fino in fondo la straordinaria fase rialzista che ha coinvolto i mercati azionari mondiali. Se da un lato questa scelta prudenziale protegge i patrimoni durante i periodi di forte turbolenza, dall’altro finisce per penalizzare il potenziale di guadagno nelle fasi di prolungata crescita economica.

Il peso determinante delle commissioni doppie

Accanto alla struttura delle allocazioni finanziarie, incide in modo profondo il fattore legato ai costi del servizio. L’analisi condotta da Tosetti Value evidenzia chiaramente come in Italia i costi di gestione continuino ad attestarsi su valori significativamente più alti rispetto alla media del continente. Le commissioni di gestione applicate ai clienti italiani risultano infatti quasi doppie rispetto alla media Ue. L’impatto dei costi fissi, delle spese di sottoscrizione e dei balzelli legati alla rete distributiva erode inevitabilmente una quota consistente del rendimento lordo generato dai gestori, riducendo la redditività netta a favore dell’investitore finale.

Incertezze future: la sfida della concentrazione di mercato

Nonostante l’entusiasmo generato dai numeri positivi del semestre, lo studio di Tosetti Value pone l’accento su un elemento di criticità che riguarda l’intera architettura finanziaria globale: la **forte concentrazione degli indici di riferimento**. Una parte consistente delle performance positive accumulate dagli indici internazionali negli ultimi mesi è dipesa dal rendimento di un ristretto gruppo di aziende ad altissima capitalizzazione, storicamente identificate con le grandi multinazionali del settore tech americano. Tale fenomeno comporta un rischio implicito elevato, poiché le sorti dei portafogli globali appaiono oggi legate all’andamento finanziario di pochissimi colossi industriali. Questa situazione rappresenta una vera e propria **incognita per i mercati**, esponendo gli investitori a potenziali fasi di forte volatilità nell’eventualità di prese di beneficio o correzioni su questi specifici titoli.

Prospettive per il settore del risparmio gestito

Per colmare il divario con i principali standard europei, l’industria italiana del risparmio gestito dovrà orientarsi gradualmente verso una revisione delle proprie strutture commissionali e una maggiore trasparenza. Al tempo stesso, per proteggere e far crescere i propri risparmi, gli investitori dovranno promuovere una più attenta pianificazione finanziaria, bilanciando la protezione del capitale con un’adeguata quota di attività azionarie e mantenendo un’elevata diversificazione per contenere i rischi legati alla concentrazione del mercato.

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